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La mia storia Alcune volte io, mia moglie Carmen e mia figlia Nadine ci svegliavamo presto per trascorrere una bella giornata. Quel giorno il programma prevedeva la manifestatione aerea a Ramstein, con la sua atmosfera da festa popolare, il gelato americano, gli hamburger, le patatine fritte e, naturalmente, gli aerei. La mattinata rispose alle nostre aspettative, tanto più che il tempo era bello e, nonostante la folla, l'atmosfera era piacevole. Lo spettacolo aereo iniziò il pomeriggio. Per noi come per la maggior parte degli spettatori era impressionante. A quel tempo era ancora un'esperienza speciale vedere così da vicino quei mostri d'acciaio. In quel momento nessuno si chiedeva che catastrofe questi apparecchi volanti potessero causare. Poco prima della fine dello spettacolo, quando era il turno della squadriglia italiana, decidemmo di avviarci di già verso la nostra macchina per evitare l'ingorgo che si sarebbe certamente formato alla fine dello spettacolo. Decidemmo di andare a sinistra, in direzione del tower, per giungere da lì al parcheggio. L'esibizione era in pieno svolgimento, e ogni tanto alzavamo lo sguardo verso la squadriglia mentre cercavamo di procedere fra la folla che ci impediva di avanzare alla velocità desiderata. Per non perderci ci prendemmo per mano, la nostra piccola Nadine al centro. Ci fermammo spesso per guardare in cielo, così pure al momento dell'esecuzione di una delle loro più spericolate figure, il cosiddetto 'cardioide'. Mi ero girato e avevo appena detto a Carmen: "Guarda!". All'improvviso udimmo un boato tremendo. Carmen non fece in tempo a voltarsi completamente. Vidi fiamme e pezzi di aereo volare per aria. Realizzai il pericolo solo quando uno degli aerei precipitò su di noi. Urlai: "Corri!", ma Carmen mi guardò a occhi sgranati e sembrò volermi dire che era inutile, non ce l'avremmo fatta. L'ultima cosa che la sentii dire era un "ahia" stentato quando un pezzo d'aereo la colpì alla testa, la quale si piegò in avanti in modo innaturale. Quella fu l'ultima volta che la vidi. Poi venni colpito anch'io, e l'onda d'urto mi scaraventò alcuni metri all'indietro. Caddi bocconi. Mentre cadevo sentii che tutto il mio corpo era bagnato. Era cherosene, che prese fuoco immediatamente. Con il corpo in fiamme tentai di alzarmi, ma un pesante pezzo di metallo sulla parte inferiore del mio corpo me lo impedì. Una gamba era libera, così riuscii a svincolarmi da sotto il rottame, che non si smosse di un centimetro, tanto era grande e pesante. Riuscito finalmente ad alzarmi, mi guardai intorno. Sparsi per terra c'erano tanti morti e feriti, molti dei quali carbonizzati, altri ardevano ancora. Ciò che vidi e sentii era terribile, indescrivibile. Nell'alzarni mi accorsi che dalle mie braccia, dalla schiena e dalla faccia pendeva qualcosa di umido. Pensai che fosse un panno che qualcuno mi aveva gettato addosso per soffocare le fiamme, così tirai per togliermelo di dosso. Ma era la mia pelle che, più tiravo, più si allungava. Inoltre mi causava un dolore allucinante. Cercai subito di individuare il posto dove mi ero fermato con la mia famiglia per ammirare il 'cardioide'. Trovai immediatamente mia figlia, stesa bocconi a terra, i lunghi capelli biondi in parte bruciati, faccia, mani e braccia ustionate. La sentii gridare. I vestiti ancora bruciavano. Era inimmaginabile. La rotolai per terra, cercando di spegnere le fiamme con le mie mani. Chiamai aiuto in continuazione, ma molti se ne stavano semplicemente impalati, troppo sotto shock per aiutare. Altri giravano là intorno disorientati. Avevo poche speranze contro le fiamme con le mie mani nude, che presero nuovamente fuoco. Riuscii comunque a stento a soffocare le fiamme, e nel frattempo cercavo Carmen con lo sguardo, ma era impossibile riconoscere qualcuno fra quei corpi carbonozzati, poichè non si distinguevano neanche i vestiti. Alcune delle persone stese a terra mi guardavano stupite, senza dire nulla e senza muoversi. Quei visi neri, carbonizzati parevano privi di vita. Il pensiero che fra loro forse si trovava mia moglie e io non ero in grado di riconoscerla mi fece quasi impazzire. Cercai di concentrarmi su Nadine, la sollevai e la strinsi a me. I suoi vestiti bruciavano ancora. Non smetteva di urlare. All'improvviso arrivarono alcuni americani, non so se soldati o no. Due mi tennero fermo, mentre un terzo mi strappò via Nadine e corse via con mia figlia, che allungava le braccia verso di me. Tentai con tutte le mie forze di liberarmi, ma gli americani erano più forti. Quella fu l'ultima volta che vidi mia figlia. Poi svenni. Non mi è possibile portare in un ordine cronologico ciò che accadde dopo alla base aerea, nè dire con certezza quanto tempo passò. Ma ciò che sto per raccontare durò circa tre ore, perchè fui ricoverato all'ospedale di Coblenza verso le 19. Quando ripresi coscienza ero steso a terra e vidi molte persone correre qua e là. Avvertivo qualcosa di umido e morbido sopra e sotto di me. Quando una donna mi passò accanto i nostri sguardi si incrociarono, così che lei si fermò e cominciò a urlare. Mi avevano creduto morto e messo in un angolo con una decina di cadaveri. La sensazione di bagnato, appiccicoso era dovuta a un ustionato grave ormai senza vita steso su di me. La donna chiamò aiuto e quattro uomini mi presero e mi portarono via. Mi portarono in una piccola tenda dove mi stesero a terra, vicino ad altre tre persone, ma nessun medico mi visitò, mi impedivano solamente di alzarmi per cercare la mia famiglia. Mi ricordo che più tardi ero steso a terra all'aperto, con le gambe sollevate. Qualcuno portò dei cubetti di ghiaccio per refrigerarci. Adesso avevo intorno molte persone che mi aiutavano. Mi diedero tanta coca cola e aranciata da bere- avevo molta sete. Chiesi in continuazione di Carmen e Nadine, e mi calmarono dicendo: "le troveremo" o "arrivano subito". Poi mi ritrovai steso su una barella in una grande tenda o un hangar, insieme a molti altri feriti. Un uomo in camice bianco passava fra le file con una lista. Lo seguivano alcuni uomini che, seguendo le sue istruzioni, portavano via i feriti. Mi erano passati accanto già un paio di volte, ma questa volta si fermarono. L'uomo col camice bianco mi guardò di sfuggita, scrisse qualcosa sulla sua lista , scosse la testa e fece per andarsene. Istintivamente cominciai ad urlare, sebbene fosse molto difficile per me. Tornò indietro, scrisse nuovamente qualcosa sul foglio e finalmente fui portato fuori. Mi portarono via in elicottero e credo che fosse l'ingresso di un ospedale dove rimasi sdraiato a lungo su una barella, senza che qualcuno si curasse di me. L'atmosfera era frenetica. Finalmente arrivarono un medico e un'infermiera. Mi chiesero in inglese quale fosse il mio nome. Incapace di rispondere alla domanda, chiesi notizie della mia famiglia, ma loro non mi capivano. Mi fecero un'iniezione e non riuscii più nè a parlare nè a muovermi. Ma i miei occhi erano aperti e sentivo ancora tutto. Il medico tagliò via i resti delle mie scarpe e dei miei pantaloni. Poi mi portarono nuovamente fuori. Davanti all'edificio c'era una gran folla.Un uomo di colore camminava accanto alla mia barella tenendo la flebo. Mi portarono verso un gigantesco aereo e accanto ad esso c'era un elicottero col motore acceso. Il rumore era immenso. Entrammo nell'aereo dalla coda, ma quando eravamo già giunti nella pancia facemmo dietro-front, non so di preciso perchè, forse non c'era più posto. L'aereo era pieno di feriti che però erano bendati e curati, al contrario di me. Così mi portarono nell'elicottero, che decollò immediatamente. Quando aprirono lo sportello dopo l'atterraggio mi trovai, con mia grande sorpresa, nuovamente alla base aerea di Ramstein. Non proprio dove era successo l'incidente ma nei paraggi. Me ne accorsi per via della confusione che ancora vi regnava. Mi scaricarono e persi di nuovo i sensi. Mi svegliai per poco tempo, quando mi trovai un'altra volta in un elicottero che stava decollando. Me lo ricordo benissimo perchè decollando l'elicottero fece una curva e io ebbi paura di cadere fuori, poichè ero steso a terra e lo sportello era aperto. Più tardi ho saputo che questo era l'elicottero che mi portò finalmente all'ospedale.
Carmen morì sul colpo, Nadine morì il 9 settembre 1988 in seguito alle ustioni riportate. Io trascorsi complessivamente un anno all'ospedale.

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